Una questione di desiderio

L’ultimo appuntamento al Teatro Astra è caratterizzato dalla sensualità. Direttamente dalle pagine di Federico Garcìa Lorca una tragedia, una storia d’amore e di disperazione!

Yerma, portata in scena da Atir/ Carmelo Rifici, si rifà all’opera del maestro spagnolo e costituisce il secondo capitolo della trilogia lorchiana.

Sul palco tre attori che si giostrano in molti ruoli. Ma Yerma è interpretata da Maria Pilar Pérez Aspa intensa donna e attrice, che con il suo bell’accento spagnolo riesce a farci calare ancora di più nella vicenda. Che lingua particolare, così delicata e sensuale quando parla d’amore, ma al contempo terribile quando deve pronunciare parole d’odio!

Una Spagna degli anni ’30, a pochi anni da una Rivoluzione che avrebbe cambiato il volto di un Paese. Ma questo è un dramma del desiderio, una donna che non riesce a capire da dove derivi la sua sterilità, forse un destino che si porta già nel nome, che in spagnolo significa deserto, sterile. Lei si vorrebbe sentire feconda dopo anni di matrimonio che ancora non è coronato dall’arrivo del tanto desiderato figlio. Nella vita di Yerma monta l’invidia nei confronti delle amiche, delle vicine che dopo pochi mesi di matrimonio possono già dire di aver concepito, che portano a lei abile sarta, tessuti e merletti per realizzare i corredini dei nascituri.

Ma se analizzassimo la sua vicenda matrimoniale? Il matrimonio tra Yerma e Juan è nato dall’amore o dall’obbligo? Siamo negli anni in cui i matrimoni d’amore sono rari anche tra gente di estrazione bassa,  ed è così che rispettando il volere del padre la bella Yerma accetta un matrimonio di dovere, in cui si impegna a farlo diventare d’amore, rispettando il marito. Ma la passione se non può infiammare il corpo può infiammare il cuore, come nei confronti di Victor. Uomo probabilmente meno concreto ed affidabile, ma dotato di una voluttà che il buon Juan non possiede. La vita per la donna diventa un inferno, la pazzia e l’ossessione del desiderio di avere qualcuno da amare avere qualcosa di suo, è talmente forte che arriva a rivolgersi, trasformando le proprie preghiere  in riti, a streghe che le rivelano che la sua sterilità deriva dalla mancanza di desiderio, di passione nei confronti del marito!

A questo punto deve compiere una scelta, rimanere fedele alla promessa nei confronti del marito, oppure raggiungere il suo scopo a qualsiasi costo. Il marito è indifferente, per lui non avere figli vuol significare meno spese, non dividere la moglie con nessuno.

Yerma compie  così un gesto, estremamente violento, dettato dal desiderio e dalla disperazione per un destino che non crede meritarsi. Chi può giudicarla, nessuno capisce la sua disperazione, nessuno comprende la portata di un sacrificio!

La questione della maternità è sempre e comunque una questione difficile, la storia più recente si è molto divisa sul diritto da parte delle donne, di poter decidere se il proprio corpo e la propria vita potessero essere adatti ad introdurre un bambino! Gravidanze considerate come un dono o viste come un’ostacolo?! In una società che non si riconosce più solamente nel ruolo di madre, che vuole essere moglie, madre e manager, il grande desiderio di Yerma come sarebbe interpretato da una donna contemporanea? Se il compagno che abbiamo accanto non è in grado di farci diventare madri, riusciremmo a rimpiazzarlo, avremmo gli stessi dubbi morali? Tante domande, che la protagonista cercava in altre parole, magari proprio quelle del suo stesso autore, che per una scelta di vita, ha dovuto rinunciare egli stesso alla paternità.

Oltre alla protagonista già citata, la versatile Mariangela Granelli che impersona molte figure femminili in questa vicenda e Francesco Villano nel doppio ruolo di Juan e Victor.

Durante lo spettacolo così dolorante, non manca un tocco di leggerezza dato dal ballo e dal canto, in cui i tre protagonisti riescheggiano (… sbaglio o era una versione simile a Historia de un amor?), canzoni, reinterpretate della tradizione iberica.

Una nota alla scenografia, composta da numerose file di bucato, che in questa storia nella soleggiata Spagna, si donano alla luce! Si abbassano e risalgono a seconda delle esigenze, creando così diversi ambienti e  la luce calda mi irretisce e mi ammalia appena giunta al mio posto. Il tutto viene modulato dagli stessi attori.

Le scene ed i costumi sono di Marcherita Baldoni e le musiche di Daniele D’Angelo, luci di Alessandro Verazzi, assistente alla regia Angostino Riola, tecnici Giulia Pastore e Giuliana Rinzi. Lo spettacolo è stato realizzato con la collaborazione de La Corte Ospitale, E45 Napoli Fringe Festival, Proxima Res e Next – Laboratorio delle Idee – Regione Lombardia.

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Un sud pieno di PALAMATI

La compagnia nO (dance first. Think later), rivelazione dell’ultima edizione del Premio Scenario con una segnalazione speciale, ci ha accolto al Teatro Astra, con un uno spettacolo che racchiude tutte le contraddizione del Sud.

Composta da attori tutti sotto i trent’anni e diplomati alla Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova, provengono da quel variegato sud con le sue bellezze e la sua indolenza! Il nome scelto, Treno fermo a Katzelmacher. Un guazzabuglio linguistico, un nome dispregiativo che si traduce in fabbricante di gattini, nome che definiva gli immigrati italiani, un fenomeno in piena ripresa.

Lo spettacolo mi è piaciuto ma non posso negare che mi abbia lasciato una sensazione di amaro in bocca ed è servita una notte per elaborarlo. E adesso nella mia mente ricostruisco storie e dettagli che mi attirano e mi fanno riflettere.

Appena avvistata la scenografia, ho ricevuto una sensazione nota, come di un posto già visto, ma si! Ecco dove! A pochi chilometri da casa mia, un paesino anonimo e triste, attraversato da una lunga statale, i bar affacciano su questa strada, unico segno di vita di un paese altrimenti addormentato. Eccolo lì, buttato sul palcoscenico, stessa “tecnica costruttiva”, stesse “decorazioni” come il manifesto del circo che non so come mai ma dalle mie parti sono sempre presenti, stesso “arredo urbano” ma soprattutto stessa indolenza. Da me ragazzi che vegetano e fanno passare la giornata senza far nulla li chiamiamo PALAMATI… una sorta di pesci! Ciondolano da una sedia all’altra, il lavoro non è un’esigenza se i genitori ti passano i soldi per benzina, sigarette ed altro, in cui si tira ‘a campà!

La vita dei ragazzi protagonisti di ieri sera, si consuma come una bibita, in un bar squallido, il cui nome evoca il posto da sogno, la località atlantica in cui si intrecciano le vite di nove ragazzi: tra un gelato, una corsa in motorino (rigorasamente pacchiano), la birretta e gli amorazzi, si arriva fino a sera.

Ma l’idillio, finisce quando nel paese arriva un uomo che getta scompiglio, gli fa mettere in dubbio il loro ruolo con le donne in quel posto di cui si credono i padroni. Le difficoltà linguistiche sono i problemi più evidenti, scommetto che anche il pubblico in sala ha avuto difficoltà a capire alcuni passaggi, ma dovrebbero essere pronti, la lingua è alla base dei lavori presentati al Teatro Astra. Divide e unisce alcuni gruppi di persone che alla difficoltà di parlare e di comunicare risponde con la violenza. Il nuovo arrivato è straniero in un posto conquistato, arriva senza diritti ma solo con doveri e con condizioni di vita che non riserveremmo neanche al nostro amico a quattro zampe. Le donne sono attratte da una nuova fisicità, dal fascino della scoperta, ma rimarranno presto deluse, il nuovo arrivato ha altre preferenze.

I drammi di una generazione si vivono aspettando quel famoso treno, ma fondamentalmente quando sentiamo che i passaggi a livello si stanno abbassando per far passare il convoglio, quello del lavoro, dell’opportunità, di un posto meno comodo, lo lasciano pure passare e battendosi il petto come per voler dire Peccati mei, dassa che vaci… tanto ne passerà un altro!

Ma nuovi sconvolgimenti peseranno su alcune decisioni, gravidanze improvvise, costringono a crescere, ma non del tutto.

Ma l’amore è nell’aria e due dei protagonisti cedono a questo impulso: lo straniero e il ragazzo della comitiva! Amore non accettato da nessuno, dalle ragazze che si risentono di aver fatto capitolare il nuovo arrivato, i ragazzi cercano invece quasi di salvare l’onore dell’amico, considerato debole , traviato! Ma comunque traditi da una diversità che non pensavano potesse riguardare uno di loro. Arrivano accuse assurde quanto la disperazione, non saper accettare un rifiuto genera falsità!

Ma alla fine esistono dei vincitori? Tutti sono perdenti. Il ragazzo straniero perché la sua ricerca di riscatto e di una nuova vita non è possibile, almeno in quel posto. Perdita per i ragazzi che rimangono in un sud esteso, i quali perdono l’occasione per essere umani, per scoprire la bellezza che nascondono le persone, di scoprire culture diverse. Riprendono la vita di sempre!

Lo spettacolo si ispira al film di Fassbinder dal titolo Katzelmacher del 1969, in cui si assiste a dinamiche simili. Anche lì giovani annoiati passano la giornata tra sesso e violenza e accolgono l’altro con sospetto e disprezzo.

Quello che portano in scena è esattamente una storia universale, in cui tutti ci possiamo trovare nella condizioni di stranieri, basta uscire dalle nostre case.

Ideazione Dario Aita ed Elena Gigliotti. Con Dario Aita, Emmanuele Aita, Luigi Bignone, Lucio De Francesco, Naximilian Dirr, Flavio Furno, Melania Genna, Elena Gigliotti, Monica Palomby, Daniela Vitale. Costumi di Giovanni Stigna, consulenza scene Paola Castrignanò. Consulenza tecnica audio video Ludovico Bessegnato, disegno luci Giovanna Bellini.

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