Diventare umani

Piccole riflessioni su una stagione teatrale conclusa lo scorso aprile al Teatro Astra che ho seguito con gioia e interesse! Prima dell’inizio della nuova in cui scopriremo le nuovi voci e il nuovo tema di quest’anno, un piccolo ripasso!

Ricordo che al centro della stagione teatrale appena conclusa 2013 – 2014 è l’uomo al centro della ricerca delle compagnie, come del resto ci ricordano Nina Zanotelli e Sergio Meggiolan de La Piccionaia – I Carrara. L’uomo è carnefice, vincitore, perdente, santo e diavolo. Sicuramente un uomo complesso e probabilmente spesso solo. 11 spettacoli tra quelli in stagione e quelli fuori stagione, 1 perso (da me), 1 annullato e sostituito, una rinviato. Il bello del teatro del resto! Una serie di appuntamento con l’umanità tra incoerenze e bellezze alla ricerca, nel corso di tutta una vita di diventare almeno la metà di quello che vorremmo essere! Dura prova, il compito più difficile da compiere il tutto per il fine della felicità.

Cominciamo la stagione con Saverio La Ruina e la sua Dissonorata – delitto d’onore in Calabria, in cui l’attore racconta la storia di una donna semplice e innamorata, che con la stessa semplicità si innamora, ma la sua buona fede non è ben riposta! Viene tradita dall’uomo su cui aveva riposto tutto, lasciata con una creatura, ma non è sposata non ha il diritto neppure di esistere figuriamo di guardare in faccia la gente. L’appuntamento è stato inserito nel calendario per le celebrazioni contro la violenza sulle donne.

Il secondo spettacolo sarebbe dovuto andare in scena il 30 novembre, ma viene dapprima spostato a data da destinarsi e poi sostituito da un altro spettacolo…

Discorso giallo.. perso, una data molto importante per me!

E così siamo arrivati al nuovo anno, il 18 gennaio il primo appuntamento fuori stagione con Onorata Società – Il Vajont dopo il Vajont, uno spettacolo che rende noti tutti i fatti che hanno preceduto e seguito una tragedia annunciata, che ha spezzato la vita a tantissime persone. Patricia Zanco, attraverso prove, relazioni stilate da esperti, ha fatto riaprire una ferita che per questo territorio non è ancora rimarginata.

La stagione con motus – Nella tempesta. La compagnia ci parla dei molti mali che affliggono la nostra società, utilizzando come base il testo omonimo di Shakespeare! Le tempeste sono spesso dentro di noi, una società alla costante ricerca di un posto sicuro. La voglia della compagnia di esplorare le tempeste personali della gente che hanno incontrato in un viaggio tra le mille difficoltà. L’appuntamento si è arricchito grazie alla donazione da parte del pubblico presente in sala di coperte, spesso l’unico rifugio per molte persone. Tra i ricordi più vivi quello del palco sotto i piedi, sensazione nuova e inebriante che ha scoperto le mie debolezze.

L’appuntamento successivo è quello con Antonio Rezza e il Fratto X. Non nascondo adesso come nemmeno all’epoca la difficoltà che ho avuto durante lo spettacolo. Trovarmi nella situazione di non riuscire a ridere quando tutto attorno il pubblico ride fino alle lacrime. L’uomo anzi l’umanità è presentato cattivo e prevaricatrice. Ma quello che indubbiamente ricordo con stupore, e non le parti basse e all’aria del protagonista, ma l’ingegnosità tecnica di una scenografia e attrezzatura che nel teatro contemporaneo deve adattarsi a qualsiasi esigenza e funzione.

Il secondo spettacolo fuori stagione ci fa inabissare insieme a Naturalis Labor con Naveneva che con molta poesia e altrettanti riferimenti alle opere letterarie che hanno causato incubi e sogni ai più piccoli, ma con un’eredità custodita fino a grandi! Tra scenari a pelo d’acqua, sulle banchine in cui si affaccendano marinai bonari e improvvisati, un mondo marino fatto come in ogni mondo che si rispetti di creature cattive e buone. Ma comunque il sapore di favola mi irretisce e il ritornello con la stessa dolcezza…

Nà veniva e vedeva a levante sul viso diviso vibrante di gocce lavato il vestito: Leva la leva. Vela di lino. Luna di lana

… e Chiara Guglielmi e Paolo Ottoboni ideatori più di un viaggio che di uno spettacolo.

I successivi artisti che ho incontrato sempre sul palco del Teatro Astra, sono i Fratelli Dalla Via che presentano un dramma del Nordest in Mio figlio era come un padre per me! L’agiatezza e la posizione sociale raggiunta dai genitori, non è necessariamente l’eredità che i figli vogliono. genitori distratti, fieri del proprio lavoro onesto o almeno si spera, per poi trascurare i figli. Allora è normale che questi decidano di punirli, tentando attraverso vite dissolute, diete estreme e sbagliatissime di farli soffrire. Ma dovremmo saperlo che il male e il male di vivere,  si annida in quelle persone che conducono una vita regolare ma piena di affanni! I genitori battono sul tempo i figli! Un padre suicida per un’azienda che porta a caratteri cubitali il suo nome ed una madre vittima del tempo che fa sfiorire la sua bellezza. Da ex reginetta non è ammissibile. Lo spettacolo proposto in prima regionale, ha ricevuto il premio come spettacolo vincitore al Premio Scenario 2013. Una piacevole sorpresa vedere un fratello e sorella collaborare nel teatro, dei talenti del teatro veneto ma no! Sarebbe riduttivo quindi… talenti del teatro nazionale, che mettono in evidenza i limiti di un territorio che per molto tempo ha creduto di poter essere autonomo.

Passa quasi un mese quando assistiamo al nuovo spettacolo! Ritorna a calcare il palco Tindaro Granata che dopo Antropolaroid ci parla di un orrendo delitto. Se vivo in un palazzo i cui affreschi ammoniscono  che l’invidia porta solo guai. Il peccato capitale è al centro di Invidiatemi come io ho inviadiato voi. Il testo si basa su un fatto di cronaca realmente accaduto, che anche all’epoca della rappresentazione teatrale ricordav0 molto bene. Un dramma dell’ignoranza e dell’infelicità in cui il tipico triangolo amoroso, invece che culminare in una separazione ha dovuto sfociare nella violenza! E su una bambina di tenera età! L’insoddisfazione è parte integrante della natura umana e la madre che ha lasciato che si commettesse tutto questo era indubbiamente una donne forse non preparata a questo compito. Spero non cieca di fronte a lividi e altri segnali che svelavano una violenza assurda! Il padre e marito, la cui colpa più grande è quella di essere pazzo d’amore per una donna al punto da accettare un tradimento palese. Mentre colui che si è macchiato di un gesto, che lo rende un mostro a tutti gli effetti. Sbruffone! Faccia da schiaffi ed altri termini che vi risparmio! Equilibri e nefandezze di gente povera e semplice, che con altrettrettanta semplicità ha condannato a morte l’unico barlume e speranza per il futuro! Una bimba! Tindato è stato affiancato da attori di uno straordinario talento che hanno saputo prendere il carattere ed esprimere la tragicità dei diversi caratteri.

Sempre nel mese di marzo, conosciamo Mario Perrotta che porta in scena il ritratto di Antonio Ligabue. Lo spettacolo dal titolo Un Bès ci parla della parola esistenziale di un uomo che era quasi un apolide! Madre italiana, nato in Svizzera e a seguito di numerosi abbandoni, anche da parte della sua nazione natia, è finito per vivere nella città originaria del suo presunto padre! Ma se uno si sente già estraneo se vive  e cresce nello stesso posto in cui è nato, come ha vissuto in un posto con un’altra lingua e altre abitudini? In un paesino dell’Emilia in cui il genio, almeno creativo di Ligabue è stato riconosciuto tardi e dove è costretto a vivere. Gli alberi sono i suoi muri e il cielo il suo tetto e dipinge grazie all’unico in paese che ha capito che dalla sregolatezza può uscire un genio! Mario Perrotta ha fatto un lavoro incredibile, del resto il testo presentato quella sera è solo la prima parte di un progetto più ampio che qualche mese fa (maggio) ha visto portare in scena il secondo capitolo. Lo spettacolo si è arricchito, oltre dalla presenza scenica dell’attore, anche del disegno con veloci ma efficaci schizzi a mano libera che hanno evidenziato i punti salienti della vicenda di un uomo che in fondo non voleva altro che un bacio!

Ad aprile tocca alla sceneggiata! Anzi più esattamente alla canzone neomelodica! La compagnia nO (DANCE FIRST. THINK LATER) presenta Treno fermo a – katzelmacher. Ambientato in una provincia del sud, in cui i dialetti del sud si mescolano per farlo apparire ancora più dilatato, i giovani vivono, come tanti Palamati! Nel precedente post sull’argomento appunto li ricordavo così, ragazzi nullafacenti che ciondolano da una sedia all’altra, magiando un gelato o fumando una sigaretta, sognando il vero amore o la vera…insomma senza nessuna aspettativa! Il ritmo ripetitivo e noioso viene sconvolto dall’arrivo nel paesello di uno straniero che attirerà l’attenzione di tutti, uomini o donne è indifferente. Gli uomini ingelositi e le donne affascinate. Ma sicuramente oltre all’odio e alla prepotenza la sua presenza sarà la scusa per fare delle riflessioni sulla propria vita e scoprire anche dei lati che non erano stati considerati. Ma questa trasformazione, tra una canzone e l’altra, non è tanto duratura! Appena riescono a mandare via lo straniero che rischiava di sconvolgere la loro vita troppo rilassata e stravaccata, il ritmo appunto ritorna lo stesso in attesa del prossimo treno!

Venerdì 11 aprile il finale di stagione nel segno della passione pura! La compagnia Atir e Carmelo Rifici portano sulla scena la passione che dalla scrittura è trasposta nel teatro. Dall’opera di Federico Garcìa Lorca scopriamo la passionale figura di Yerma, sposata ad un uomo che prova ad amare disperatamente ma dal quale non riesce ad avere un figlio, mentre intorno a lei tutte sembrano in grado di procreare! Ma non è un difetto fisico, probabilmente è come se lei non amando veramente l’uomo che ha dovuto sposare non fosse in grado di dargli un erede. Un’assenza che diventa un’ossessione per una donna e per una famiglia! La storia attuale anche adesso per ciò che la maternità significa, per le donne che vorrebbero sentirsi libera di fare una scelta nel bene o nel male e che non sia il destino o la natura a farla!

Come avete visto una stagione ricca che ci ha messo a confronto con l’umanità nella sue contraddizioni, nei suoi pregi e nei moltissimi difetti. Difficile del resto capire quale sia la strada giusta da perseguire, se una scelta avrà determinate conseguenze. Noi cerchiamo di fare il nostro meglio, ricordandoci in tutte le occasioni di essere degli umani migliori! Il teatro per scegliere quale testo proporre non sceglie altro che alcuni aspetti della nostra vita e in particolare quello contemporaneo atttinge dal vissuto anche da quello più crudele per dirci che non è possibile dimenticare la varietà del nostro essere umani!

A presto con la nuova stagione!

Saverio La Ruina - Dissonorata
Saverio La Ruina – Dissonorata
Patricia Zanco - Onorata Società
Patricia Zanco – Onorata Società
Motus - Nella tempesta
Motus – Nella tempesta
Antonio Rezza - Fratto X
Antonio Rezza – Fratto X
Naturalis Labor - Naveneva
Naturalis Labor – Naveneva
Fratelli Dalla Via - Mio figlio era come un padre per me
Fratelli Dalla Via – Mio figlio era come un padre per me
Tindaro Granata - Invidiatemi come io ho invidiato voi
Tindaro Granata – Invidiatemi come io ho invidiato voi
Mario Perrotta - Un Bès
Mario Perrotta – Un Bès
no (dance first. think later) - Treno fermo a- Katzelmacher
no (dance first. think later) – Treno fermo a- Katzelmacher
Atir/Carmelo Rifici - Yerma
Atir/Carmelo Rifici – Yerma
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La sregolatezza dell’arte

Il genio per esprimersi necessita anche della follia, che quindi li rende unici, amati oppure odiati, ma sicuramente difficile da catturare. Nella pittura si ricorda soprattutto Caravaggio, dotato di un carattere che si caratterizzava per la follia, la violenza tale da farlo arrivare in carcere. Michelangelo, che arriva a tentare di distruggere la sua stessa opera, infastidito da una perfezione che manca di vita. Per non parlare di Van Gogh che si taglia l’orecchio. Oppure un pittore conosciuto durante l’ultima Biennale, che sebbene rinchiuso in un ospedale psichiatrico in Brasile, Arthur Bispo Do Rosario, produce arazzi, vesti e sculture. I casi quindi sono moltissimi e ascrivibili a tutte le epoche e a tutte le discipline artistiche, quindi non ultimo Antonio Ligabue, figura presa in esame dall’attore Mario Perrotta, autore di uno spettacolo che vede in questo la prima parte di un percorso che lo porterà ad analizzare altre componenti di una personalità che è sempre stata considerata semplice ma che viene così restituita di tutta la sua complessità.

Un bés, un bacio, anche uno piccolo che corrisponde al tocco umano, all’amore materno mancato, di una travagliata storia familiare. Nato a Zurigo nel 1899 da un’operaia italiana e da un uomo sconosciuto, alla nascita viene registrato con il nome materno quindi come Antonio Costa, dopo pochi mesi però a seguito del matrimonio della madre con un altro operaio italiano Bonfiglio Laccabue il neonato ha di nuovo cambiato cognome. La sua vita non la trascorre con la famiglia d’origine, ma con una famiglia affidataria  di agricoltori svizzeri i coniugi Göbel che a causa delle condizioni  economiche precarie viaggeranno da una parte all’altra del cantone, rimane diciassette anni con questa famiglia, perdendo nel frattempo la madre naturale e cominciando i suoi soggiorni più o meno lunghi, negli ospedali psichiatrici. Nel 1919 la famiglia lo denuncia e così viene espulso dal Paese e mandato in Italia e precisamente nella provincia emiliana  a Gualtieri paese natale del “padre”.

Il ritratto che ne fa Mario Perrotta è straziante rendendoci tutti un po’ stranieri! La scenografia è creata in diretta dall’artista che attraverso grandi fogli di carta ci trasmette le ambientazioni della sua narrazione,  facendoci soprattutto dare un volto ai personaggi che hanno contribuito a illudere e schernire Ligabue.

L’Italia, nelle sue vene scorre questo sangue, ma l’italiano non era certo la sua lingua ma quella tedesca. Quindi la fatica della comunicazione, la dura sopravvivenza spesso grazie all’aiuto dell’Ospizio di mendicità. Ma il suo posto lo trova, immerso nella natura lungo il grande fiume, il Po. A contatto dei pioppi comincia a trovare nei colori della natura la sua prima ispirazione e materiale per realizzare l’arte che custodiva ne suo profondo e che appagava desideri che altrimenti sarebbero rimasti inappagati, finalmente i colori donati direttamente dalla sua “abitazione”, sono sostituiti da colori veri e da tela che una persona sensibile del paese gli fornisce, capendo quello che gli altri non hanno voluto capire! In paese è chiamato Il Matt o Il Tedesch, anche sulla lapide, e dopo l’incontro con la persona che ha coltivato la sua vena artistica, anche le altre persone finalmente si avvicinano, giornalisti, critici, e nel 1961 la sua prima mostra a Roma presso la Galleria La Barcaccia, ma l’improvvisa fama non modificherà il modo di vivere di un uomo che vuole rimanere ed è abituato a vivere in maniera selvaggia. Dopo un incidente in moto che gli provocherà una paralisi, si avvicina la sua fine.

Lo studio di una figura che anche la società moderna allontanerebbe come una persona pericolosa, ci fornisce la scusa per capire in cosa consiste esattamente la diversità e se ci sono dei dolori profondi che spesso non ci sfiorano!

Un progetto articolato, attraverso spettacoli e una ricerca sul territorio, spiegandoci l’iter creativo di un un autore e attore teatrale che  parte dal vissuto per raccontare una storia piuttosto che da un’altra, domandosi cosa succede se la diversità comincia ad essere presente sulle nostre strade abituati ad una normalità fittizia in realtà. Lo stesso avvenne per lo spettacolo Italiani Cincali, storia dell’emigrazione italiana in Belgio ad esempio, ma che trova radici più profonde nella sua stessa scelta di vita, quella di andare via dalla Puglia e scoprendo solo da persona più matura un rapporto profondo con la sua terra. Tra le domande poste nel dopo spettacolo, anche quelle riguardante il rapporto con il suo pubblico che l’attore paragona ad una vera e propria esperienza sessuale, una coppia di amanti formata dall’attore e dal pubblico che a suo dire, riesce durante lo spettacolo ad uniformare la respirazione. Ma l’attore che solo nel colloquio tradisce un po’ la sua origine, ci ha stupito per essersi immerso in una lingua e un dialetto che non gli apparteneva, alcune frasi tedesche e il dialetto di Gualtieri. Ma come succede del resto per altri attori che hanno calcato quello stesso palco, il dialetto,  contiene le nostre più autentiche emozioni, quindi calandosi nella grammatica emozionale di un’altra regione è riuscito a trasmettere tutta la solitudine di un pittore capito tardi e sfruttato per la sua fama. Per quanto riguarda il suo avvicinamento al personaggio e aver colto i movimenti, tipici di una situazione psichica alterata, sono derivanti da una lunga osservazione degli ospiti di un ex struttura milanese che è stata adibita a centro di sperimentazione e in cui vengono impiegati alcuni ospiti.

Per il publico di Vicenza, la prima parte della nostra curiosità è rimasta appagata, aspettiamo quindi di conoscere come lo spettacolo evolverà nella seconda attesissima parte, dedicata a Ligabue pittore!

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