La sregolatezza dell’arte

Il genio per esprimersi necessita anche della follia, che quindi li rende unici, amati oppure odiati, ma sicuramente difficile da catturare. Nella pittura si ricorda soprattutto Caravaggio, dotato di un carattere che si caratterizzava per la follia, la violenza tale da farlo arrivare in carcere. Michelangelo, che arriva a tentare di distruggere la sua stessa opera, infastidito da una perfezione che manca di vita. Per non parlare di Van Gogh che si taglia l’orecchio. Oppure un pittore conosciuto durante l’ultima Biennale, che sebbene rinchiuso in un ospedale psichiatrico in Brasile, Arthur Bispo Do Rosario, produce arazzi, vesti e sculture. I casi quindi sono moltissimi e ascrivibili a tutte le epoche e a tutte le discipline artistiche, quindi non ultimo Antonio Ligabue, figura presa in esame dall’attore Mario Perrotta, autore di uno spettacolo che vede in questo la prima parte di un percorso che lo porterà ad analizzare altre componenti di una personalità che è sempre stata considerata semplice ma che viene così restituita di tutta la sua complessità.

Un bés, un bacio, anche uno piccolo che corrisponde al tocco umano, all’amore materno mancato, di una travagliata storia familiare. Nato a Zurigo nel 1899 da un’operaia italiana e da un uomo sconosciuto, alla nascita viene registrato con il nome materno quindi come Antonio Costa, dopo pochi mesi però a seguito del matrimonio della madre con un altro operaio italiano Bonfiglio Laccabue il neonato ha di nuovo cambiato cognome. La sua vita non la trascorre con la famiglia d’origine, ma con una famiglia affidataria  di agricoltori svizzeri i coniugi Göbel che a causa delle condizioni  economiche precarie viaggeranno da una parte all’altra del cantone, rimane diciassette anni con questa famiglia, perdendo nel frattempo la madre naturale e cominciando i suoi soggiorni più o meno lunghi, negli ospedali psichiatrici. Nel 1919 la famiglia lo denuncia e così viene espulso dal Paese e mandato in Italia e precisamente nella provincia emiliana  a Gualtieri paese natale del “padre”.

Il ritratto che ne fa Mario Perrotta è straziante rendendoci tutti un po’ stranieri! La scenografia è creata in diretta dall’artista che attraverso grandi fogli di carta ci trasmette le ambientazioni della sua narrazione,  facendoci soprattutto dare un volto ai personaggi che hanno contribuito a illudere e schernire Ligabue.

L’Italia, nelle sue vene scorre questo sangue, ma l’italiano non era certo la sua lingua ma quella tedesca. Quindi la fatica della comunicazione, la dura sopravvivenza spesso grazie all’aiuto dell’Ospizio di mendicità. Ma il suo posto lo trova, immerso nella natura lungo il grande fiume, il Po. A contatto dei pioppi comincia a trovare nei colori della natura la sua prima ispirazione e materiale per realizzare l’arte che custodiva ne suo profondo e che appagava desideri che altrimenti sarebbero rimasti inappagati, finalmente i colori donati direttamente dalla sua “abitazione”, sono sostituiti da colori veri e da tela che una persona sensibile del paese gli fornisce, capendo quello che gli altri non hanno voluto capire! In paese è chiamato Il Matt o Il Tedesch, anche sulla lapide, e dopo l’incontro con la persona che ha coltivato la sua vena artistica, anche le altre persone finalmente si avvicinano, giornalisti, critici, e nel 1961 la sua prima mostra a Roma presso la Galleria La Barcaccia, ma l’improvvisa fama non modificherà il modo di vivere di un uomo che vuole rimanere ed è abituato a vivere in maniera selvaggia. Dopo un incidente in moto che gli provocherà una paralisi, si avvicina la sua fine.

Lo studio di una figura che anche la società moderna allontanerebbe come una persona pericolosa, ci fornisce la scusa per capire in cosa consiste esattamente la diversità e se ci sono dei dolori profondi che spesso non ci sfiorano!

Un progetto articolato, attraverso spettacoli e una ricerca sul territorio, spiegandoci l’iter creativo di un un autore e attore teatrale che  parte dal vissuto per raccontare una storia piuttosto che da un’altra, domandosi cosa succede se la diversità comincia ad essere presente sulle nostre strade abituati ad una normalità fittizia in realtà. Lo stesso avvenne per lo spettacolo Italiani Cincali, storia dell’emigrazione italiana in Belgio ad esempio, ma che trova radici più profonde nella sua stessa scelta di vita, quella di andare via dalla Puglia e scoprendo solo da persona più matura un rapporto profondo con la sua terra. Tra le domande poste nel dopo spettacolo, anche quelle riguardante il rapporto con il suo pubblico che l’attore paragona ad una vera e propria esperienza sessuale, una coppia di amanti formata dall’attore e dal pubblico che a suo dire, riesce durante lo spettacolo ad uniformare la respirazione. Ma l’attore che solo nel colloquio tradisce un po’ la sua origine, ci ha stupito per essersi immerso in una lingua e un dialetto che non gli apparteneva, alcune frasi tedesche e il dialetto di Gualtieri. Ma come succede del resto per altri attori che hanno calcato quello stesso palco, il dialetto,  contiene le nostre più autentiche emozioni, quindi calandosi nella grammatica emozionale di un’altra regione è riuscito a trasmettere tutta la solitudine di un pittore capito tardi e sfruttato per la sua fama. Per quanto riguarda il suo avvicinamento al personaggio e aver colto i movimenti, tipici di una situazione psichica alterata, sono derivanti da una lunga osservazione degli ospiti di un ex struttura milanese che è stata adibita a centro di sperimentazione e in cui vengono impiegati alcuni ospiti.

Per il publico di Vicenza, la prima parte della nostra curiosità è rimasta appagata, aspettiamo quindi di conoscere come lo spettacolo evolverà nella seconda attesissima parte, dedicata a Ligabue pittore!

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