Meglio essere genitori o figli?

Sono ancora solo figlia e posso solo immaginare i dubbi, le scelte e probabilmente anche le aspettative che i miei genitori hanno avuto e ora, mia madre ha per me! Privilegiata figlia unica che riuniva e riceveva l’affetto di entrambi i genitori, senza doverlo dividere con nessuno! Poi i tipici scontri generazionali e ora, rimasta con un affetto a metà solo per l’assenza di uno dei miei due amori!

Quello che però portano in scena i fratelli Dalla Via è un tema che nella ricca o meglio ex ricca provincia veneta passa da cronaca eccezionale e sorprendente a triste notizia che non stupisce, un suicidio che si aggiunge ai tanti di coloro hanno deciso di terminare così la propria esistenza! Uccidersi perché non si può più sostenere la famiglia, di rendere onore al nome che è impresso sui camion, o che si trova a lettere cubitali sulla facciata dell’azienda!

Protagonisti sono i figli che cresciuti nell’agio e nella spensieratezza ma che in realtà odiano profondamente coloro che li hanno generati, tanto da infliggergli una punizione adeguata, hanno avuto l’ardire di pensare che tutto il lusso e le comodità fossero sufficienti per vivere! Si sbagliano e anche di grosso,  quindi uccidersi a colpi di diete, mai veramente riuscite, eccessi che diventano la loro arma è la punizione migliore! I figli che rimangono sono costretti a sopravvivere, “finalmente” padroni assoluti ma anche unici eredi di una catastrofe economica e familiare, destinati a portare avanti un nome che diventa una profezia e non rischiando più di rimanere associati al nome di un’azienda in bancarotta adesso rischiano di essere visti come I FIGLI di genitori suicidi! Marchiati in una società che inghiottisce e ti cuce addosso una griffe, più che le lettere scarlatte! La stessa  società che prima riconosce e accetta i successi, mentre una volta che fallisci ti butta e ti dimentica.

Le vere vittime sono spesso le persone che  rimangono e che nella vita vere sono costrette a crescere troppo in fretta. Allora mi domando, cosa cerchiamo dai nostri genitori?  Forse lo capiamo solo da grandi o quando non li abbiamo più, protezione e non celebrazione, senso di autonomia ma con un’ancora a disposizione. Cosa vogliono da noi i genitori? I miei insieme si preoccupavano del maledetto posto fisso, che vivo come una punizione non essendoci alternative, ma naturalmente anche la salute. Da sola mia mamma pensa … alle stesse cose direi! Ma c’è chi invece pretende e auspica che l’azienda creata sia gestita dai figli, sogni legittimi del resto!

La compagnia compie una scelta bella ed impegnativa, una ditta a conduzione familiare tra sorella e fratello che hanno curato la sceneggiatura e interpretano questi figli cinici che sulla tomba dei genitori suicidi recitano una preghiera in cui i passaggi fondamentali sono ricomposti e interpretati per descrivere la loro condizione!

Lo spettacolo di sabato sera costituisce la prima regionale, per un progetto nato proprio sul palco dell’Astra quando i due  fratelli si sono presentati alle selezioni del Premio Scenario 2013, ricevendo successivamente il premio come spettacolo vincitore, in cui hanno presentato i primi 5 minuti di quello che abbiamo visto stasera. Durante il momento delle domande li conosciamo meglio: da quando e come comincia la collaborazione, parla prima Marta, raccontandoci della sua formazione a Bologna e dell’esigenza di scrivere, il suo primo lavoro Veneti Fair, e successivamente il primo progetto con il fratello Diego, Piccolo Mondo Alpino fino ad approdare a questo. La parola passa appunto a Diego che si avvicina al teatro attraverso quello di paese. Si passa quindi ad analizzare il soggetto, da come nasce l’interesse per questo argomento? Marta propone il soggetto che poi andrà sviluppato, è molto interessata ad indagare i legami di sangue, famigliari, portando sulla scena il rapporto vero con il fratello. L’altra questione che si pone è quella dell’uso di un lessico regionale, quello di Tonezza del Cimone, vicentino e quindi in questo contesto assolutamente integrato. Sulla scena viene portato perché autentico, durante le varie repliche anche al di fuori dal Veneto gli spettatori non hanno mai lamentato la mancanza di comprensione della lingua, anche perché molto depurato. L’intervistatrice pone l’attenzione sui giovani protagonisti così carichi di odio e anche sull’uso dello stereotipo, intervengono entrambi gli autori e attori, partendo  proprio dallo stereotipo sono partiti, attraverso l’osservazione anche della stessa popolazione di Tonezza che non rappresenta un limite, bensì un punto di osservazione, naturalmente anche il rapporto del pubblico è importante. Tra le molte curiosità anche la scelta del titolo che si ispira ad una frase del film di Elio Petri La proprietà non è più un furto del 1973.

Interviene anche Sergio Meggiolan de La Piccionaia, il quale sottolinea che i giovani interpreti come i Dalla Via, ma non solo, nonostante vivano in un’epoca di tecnologia, negli spettacoli invece riportano le antiche trazioni attraverso l’utilizzo degli stereotipi.

In attesa di nuovi progetti Diego Dalla Via ci legge un testo, un regalo in vista del prossimo lavoro! Il geniale testo si basa in un gioco linguistico, quasi uno scioglilingua che parte dalla lettera P! Studio e genialità sono un mix perfetto e vi sfido a provarli!

Diego e Marta Dalla Via hanno curato la regia, la sceneggiatura le scene e i costumi; Annalisa Ferlini la partitura fisica, Roberto di Fresco e il Teatro degli Orrori gli interventi musicali, assistente di produzione Veronica Schiavone.

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