Fotografia come testimonianza del nostro essere

Una volta che lavoro in un posto dove c’è una mostra davvero bella, cosa faccio! Non ne parlo? Assolutamente si. Una mostra che mi dona tanta energia tanto da aver la voglia di fare visite guidate?!  Parlo di Magnum Contact Sheets, settanta anni di fotografia  della prestigiosa agenzia fotografica Magnum.

L’emozione e la sua bellezza non è solo nel poter vedere da vicino fotografie che hanno segnato un’epoca, come le fotografie possono essere manipolate per uno scopo specifico, per dare un messaggio che può essere modificato.

Ma oltre a questo punto di vista che si inserisce nella storia della fotografia stessa, durante la preparazione della prima visita guidata ho pensato alla mia storia personale con questo mezzo magnifico e quasi diabolico. Agli albori si credeva infatti che la fotografia fosse in grado di rubare l’anima  di cui che era il soggetto, probabilmente è proprio così, la fotografia non mente quasi mai e la mia mente vola e recupera memorie che pensavo sepolte nel cassetto più nascosto della mia mente.  Frequentando un Istituto Statale d’Arte mi sono dovuta immergere in un mondo fatto di tecniche da scoprire: incisione, progettazione, disegno dal vero, plastica e tra le materie più classiche l’odiata matematica e il fratello gemello disegno geometrico, avrete capito che in queste due brillavo particolarmente! I primi tre anni non sono stati come adesso avrei voluto, ma penso che solo quando si raggiunge un’età diversa si capiscano certi errori. Il prof che si occupava della nostra formazione nell’ambito fotografico, seppur con i pochi mezzi forniti dalla scuolo, faceva di tutto, un vulcano di idee che si scontrava i fondi perennemente insufficienti. Ed eccomi lì da adolescente, nel grande laboratorio, set fotografico e le incursioni (sempre troppo poche), in camera oscura, impazzendo per caricare la spirale della tank! Ma la magia di vedere che da un foglio bianco ne usciva un’immagine non aveva prezzo ed è incredibile che sia la luce a fare questo. Tra le esperienze più belle, il set fotografico allestito a casa di mio cugino, attaccata alla mia, con vere e proprie lezioni private in cui io e la mia amica del tempo ci scambiavamo il posto, modella e fotografa, sistemando la luce, tra giardino e interno  e scegliendo la luce giusta per mascherare i difetti (sempre troppi), e far risaltare i pregi (sempre troppo pochi). Insomma i miei ricordi legati alla fotografia sono tanti, e li conservo nei miei book a casa…

La mostra dedicata ai provini a contatto porta allo scoperto i ricordi più intimi di un fotografo, i loro punti deboli, gli errori e magari le scelte che noi pubblico iper critico avremmo fatto al posto loro. Vediamo oggetti tenuti per moltissimo tempo privati e tenuti gelosamente protetti dalla vista, ma in quanto ricordi non sembrano assolutamente inviolabili, anzi si possono manipolare, tagliare, comporli in altri quaderni. Ma ora che il destino si è compiuto e la foto ormai è stata scelta, ci sono voluti dieci anni  perché i componenti del consiglio decidessero di renderli pubblici! Ma perché tanta paura? La stessa che ha portato alla fondazione dell’Agenzia più famosa ma non per queste immune da critiche, con i suoi dettami che per molto spesso sono stati di un vero e proprio purismo stilistico. Prima della sua fondazione, nel 1947, le foto e i relativi negativi diventano proprietà della rivista che li pubblicava, i fotografi non erano riconosciuti come giornalisti e quindi in balia degli eventi, correndo seri pericoli per realizzare lo scatto giusto. Era ora di cambiare le cose. Dal punto di vista strettamente tecnico, il reportage è stato possibile grazie alla tecnologia che mediante attrezzature più maneggevoli permetteva al fotografo di poter partecipare agli avvenimenti senza nessun filtro. Cosa troverete in mostra, fotografia sociale, reportage di guerra, qualche piccolo tocco di glamour che alleggeriscono perciò la mostra, ma questa esposizione ci mostra soprattutto il ruolo che il fotografo ha avuto e che ha adesso! Forse addirittura alcuni specializzazioni hanno perso nettamente di senso, ormai lo strumento fotografico è un giocattolo che molti si possono permettere con qualsiasi tipo di portafogli.  Ma vediamo da dove la Magnum è partita e seguiamola in questi sette decenni di cambiamenti epocali ma anche in avvenimenti che si ripetono o non cambiano neanche!

1930 – 1949

La prima sala meriterebbe un post unico, in quanto raccoglie tutte le premesse nonché le foto dei padri fondatori e il viaggio nella Magnum inizia con Henri Cartier – Bresson, il quale dopo un lungo viaggio in Italia decide di proseguire il suo viaggio attraverso la Spagna, in treno. Tre mesi a scoprire questo meraviglioso paese mediterraneo che vive in un labile confine tra povertà e ricchezza, il quale non molti anni dopo, nel 1936, sarebbe sprofondato nella Guerra Civile. La fotografia risale al 1933 ed è ambientata a Siviglia, assolata e bianca. I piccoli protagonisti che animano la foto sono i bambini, che gioiosi e indifferenti alla povertà e alla distruzione continuano a giocare, ma il vero punto focale della fotografia è senz’altro il muro sfondato che si pone alla nostra vista come scenografia e squarcio, non solo materiale, ma anche simbolico di un paese sull’orlo del baratro.

David Saymour (Chim), che solo tre anni dopo Bresson si ritrova ad Estamadura nel maggio del 1936, nel luglio dello stesso anno scoppierà la Guerra Civile, Estramadura è al confine nordoccidentale della Spagna, una comunità autonoma post Franco. Il fotografo ci fa rendere partecipi dell’assemblea in corso, non dando importanza per lo scatto finale a colui che si trova sul palco ma sulla folla che partecipa! Tra moltissime persone decide per un solo volto, quello di una donna  estremamente coinvolta dall’assemblea in corso, infastidita dagli ultimi raggi di luce, coniuga la voglia di essere partecipe alla fase di cambiamento e di lotta che attraversa il suo Paese ma non rinuncia comunque al lavoro di madre! Una donna che magari neanche tanto grande ma provata dalla vita dura testimoniata in ogni ruga del suo viso!

Facciamo una pausa dalla guerra e dalla politica, per crogiolarsi al sole naturale del Mediterraneo, Herbert List che ci regala uno scatto famosissimo e che lo ha portato nel mondo dei fotografi glamour, il suo nome sarà legato al mondo del cinema e dall’arte, celebre la foto che scatta a Morandi nel suo studio. L’attenzione all’architettura del corpo. La foto in esame è nata per caso, in 1936 d’estate, dove già in un altro punto del Mediterraneo si combatteva per la libertà, la luce perfetta della costa ligure dove due amici si godono il silenzio e l’intimità condivisa solo dalla fotografia, e il bellissimo dalmata, che sono riuscita a chiamare labrador, è perfettamente a suo agio e comodo sul materassino. Neanche in studio e neanche con un modello di Dolce e Gabbana sarebbe stata migliore, ispirando tutta una generazione di fotografi che hanno basato la sua carriera sul glamour.

George Rodger che scende in campo affiancando e vivendo la campagna dei soldati francesi nel deserto occidentale… eccomi qua e con voi ripasso un po’ di storia, confessando le mie lacune! Rodger arriva in Libia con altri sei fotografi per Life, si unisce a Francia Libera movimento creato da De Gaulle nel 1941. Nel deserto occidentale i francesi combattono contro l’Africa Korps americana. Immaginate tutte le difficoltà di un simile incarico, l’incertezza della posizione del nemico, la posizione stessa di Francia Libera che complica anche quella del fotografo, la difficoltà di far sviluppare i negativi i quali dovevano passare anche al vaglio della censura britannica. Oltre ai problemi tecnici della serie dove li sviluppo? Per fortuna la sua camera d’albergo era dotata di una vasca.

Non parlare di Robert Capa, è come non parlare del Re d’Inghilterra! E qui vengono esposte delle fotografie che hanno fatto un’epoca  e ispirato film e l’immaginario di tutti gli appassionati di storia e di coloro che come in pellegrinaggio si reca sulle coste dello sbarco del D-Day, vita rocambolesca anche quella di Endre, fotografo ungherese ebreo, che visse in Germania, amò la sua Gerda che morì schiacciata da un carro armato durante la Guerra Civile Spagnola, lì Capa scatto l’altra foto più famosa, il miliziano che però ora si crede falsa che dopo aver richiamo la sua stessa vita partecipando nel 1944 allo sbarco in Normandia, quattro rullini da 35 mm sono rimasti solo una manciata di scatti, giunti nella redazione londinese di Life, dopo lo sviluppo, in cui le foto seppur mosse risultavano incredibili (insomma era in piena guerra non era ad un pranzo al sacco), risultavano ancora troppo bagnate e c’era la fretta di pubblicarle ed ecco il patatrac tutto bruciato, unici scatti superstiti! Chi sa come ha reagito Capa! La vita in America gli concederà celebrità e flirt con donne del cinema e la sua storia sarà riportata sul grande schermo con La finestra sul cortile, ma la sua strada era un’altra e morirà durante la Prima Guerra in Indocina!

Chiude questo periodo il fotografo Philippe Halsman e la sua jumpologia! Lo scatto con Dalì Atomico è datato 1948 e trova nel pittore surrealista il complice perfetto! Al medesimo trattamento cederanno molti attori e artisti in quanto il fotografo sosteneva che nel salto le persone fossero veramente se stesse nel salto, in quanto non in grado di mettersi in posa! Anche Marilyn lo ha fatto! Nel Dalì atomico sottopone lo studio del maestro ad una trasformazione, appendendo cavalletto, oggetti quali sedie e cavalletto al soffitto mediante fili, se dopo sei ore e 28 scatti dopo, in cui i gatti volavano nello studio tra acqua e colore e dove Dalì rifiniva la sua Leda Atomica (1947-49) tra un salto e l’altro. Macchia mi avrebbe morso e graffiato prima del secondo salto!

1950 -59

Un decennio non meno impegnativo, vediamo quelli che mi sono rimasti dentro e che guardo sempre con maggiore attenzione.

La fotografia che apre il decennio è un vero inno al silenzio e alla pace, scatto catturato nel 195 quello di Werner Bischof, il Cortile del santuario Meij a Tokyo. Tutti avrete presente il momento in cui la neve, come freddo e candido manto riesce ad attutire i rumori magari quelli della città, magari quelli della nostra mente. Un’inquadratura perfetta in tutti i suoi elementi e dove la presenza umana fa parte di un tutto ma anche di niente. Kiristen Lubben, la curatrice del libro che ha ispirato la mostra, nella scheda dedicata a questo scatto, ipotizza che nel scattare questa immagine, avesse in mente il paravento con i pini del maestro Hasegawa Tōhaku, importante artista del perii Momoyama. Il paravento, realizzato con sfumature lievi e velature su velature, dona alla superficie leggerezza, come se la nebbia fosse calata nella foresta.

Ancora una fotografia che non porta la pesantezza della guerra, con la fotografa Inge Morath, austriaca che entra in Magnum prima come redattrice, ma che riceve la “chiamata” e si avvicina alla macchina fotografica diventando nel 1956 componente effettivo dell’agenzia. Il suo Lama a Times Square è una foto umoristica e leggera, spirito della rivista Life e della sua sezione più divertente, che immortala questo animale così inusuale a New York quando a bordo del suo mezzo d’eccellenza il taxi. La lama Linda diventa la più famosa tra gli altri suoi compagni del caravanserraglio, invitata in redazione e in tv, la foto scattata a Broadway, di cui rimane evidentemente affascinata mentre ritorna a casa con a fianco il suo addestratore.

Eliott Erwitt altro nome destinato a fondersi con il destino della Magnum e con il viaggio, il suo eterno girovagare comincia da piccolo, figlio di russi, trascorre l’infanzia a Milano, poi a Parigi, fino ad arrivare negli Stati Uniti. L’America, la terra delle opportunità, grazie ad una serie di eventi lo portano finalmente a contatto con la fotografia, non solo targata Magnum, ma che hanno assimilato la fotografia all’arte, un nome fra tutti Edward Steichen. Di Erwitt vediamo il famoso Dibattito in cucina, ed è uno scatto che ci fa capire soprattutto che se da un lato la tecnica fotografica riporta fedelmente la verità, questa può essere occultata per perseguire altri scopi. Dibattito in cucina è stata realizzata nel luglio del 1959 a Mosca città che ospitava l’Esposizione Nazionale Americana, in questa occasione ci fu l’incontro tra l’allora vice presidente degli Stati Uniti Nixon e il primo ministro russo Kruscev. Nei ricordi di Erwitt parla di fortuna e di caso e vediamo Nixon che punta il dito al petto di Kuscev, ma i negativi ci svelano anche l’altra parte della storia, mostra infatti che anche Kruscev fece lo stesso gesto all’antagonista americano. Intanto Nixon con questa foto si batteva per la Casa Bianca nelle elezioni dell’anno successivo, sconfitto da Kennedy, ma nel corso della storia avrà modo più in là di esserne l’inquilino e di combinare anche svariati guai!

Chiude il decennio Marilyn Silverstone, altra donna che decide di dedicare la sua vita alla fotografia e grazie a questa trovare la sua strada. La sua costanza le ha permesso di conoscere ed abbracciare la cultura buddista, attraverso il libro Ocean of life, diventano alla fine monaca tibetana. La foto che vediamo in mostra, testimoniano l’arrivo del Dalai Lama in India, giunto dopo l’esilio dal Tibet. Correva l’anno 1959 d’aprile, unica donna nel gruppo a documentarne l’arrivo sulle pagine della rivista Life. Il ritrovo è Tezpur, qui il Dalai Lama si ferma per una breve tappa per poi riprende il viaggio in treno…quando avrebbe avuto modo di incontrarlo di nuovo?…spinta da una battuta di un collega giornalista che in pratica sfida a salire a bordo, la fotografa non ci pensa due volte, ma alla fermata successiva viene fatta scendere in stato d’arresto, un treno che ormai era preso e avrebbe cambiato il corso della sua storia.

1960 – 69 

Questo decennio mi ha colpito scatenando una serie di riflessioni: le guide spirituali Malcom X e Martin Luther King, capi rivoluzionari Ernesto “Che” Guevara, il governo americano nella figura di Kennedy, coloro che hanno cambiato il volto della musica per sempre, rivolte studentesche e raid militari. 60 anni dopo è cambiato davvero qualcosa? Cosa si è risolto? I problemi razziali non sono risolti, neanche a parlare di quelli religiosi, il sud America è una bomba ad orologeria, il governo americano cerca come propri rappresentanti figure carismatiche, il mondo della musica non più trovato dei musicisti che non incarnassero solo uno stile o dei gusti musicali, ma che hanno diviso l’opinione pubblica così nettamente! I Paesi dell’est Europa vivono ancora in uno stato di arretratezza e un controllo stretto della politica. Ma ecco quello che ho scelto per voi.

Cornell Capa, lavora sulla Casa Bianca. Il fotografo che ha lo stesso DNA del più famoso fratello, lo troviamo con un lavoro in cui è stato ideatore ma non unico artefice, in quanto ha arruolato una squadra di colleghi Magnum, per cogliere lo spirito della Casa più famosa d’America nelle mani di Kennedy, un lavoro che è terminato con il libro 100 Days of the Kennedy Administrator, lavoro e titolo tratto dal suo discorso post elezione, in cui il neo presidente Kennedy non da false promesse al suo Paese, ma è consapevole del gravoso compito che deve affrontare.

Non finiremo tutto questo nei primi 100 giorni, né nei primi 1000, né in tutta la durata del mandato né probabilmente nel corso della nostra vita o in quella del pianeta. Ma lasciateci iniziare.

La ripresa cambia quando è il momento a cambiare. Durante i momenti che precedevano la riunione vera e propria i volti sono chiari e si riconoscono personaggi chiave del governo Kennedy, ma appena la riunione ha inizio nessuno di noi è ammesso a guardarli e provare a capire il soggetto del loro discorso, la solennità del momento è espressa nella durezza della poltrona nera e lucente che diventa un muro.

Negli anni della loro maturità musicale il 1964, i Beatles sono fotografati nel loro mitico studio di Abbey Road. David Hurn comincia a seguire i Fab Four che consapevoli ormai del loro fascino, oltre che la sala di registrazione frequentavano anche i set cinematografici, è nel luglio di quell’anno che uscirà il film A Hard Day’s Night un tributo a loro stessi e all’aura che li aveva circondati. Ma del resto o eri pro Beatles o eri contro e questo confine divenne più netto quando affermarono di essere più famosi di Gesù. Un delirio che alla vigilia del loro viaggio americano, le radio di oltreoceano si schierarono nettamente contro di loro e spinto moltissime persone a bruciare in falò pubblici cimeli e album dei quattro ragazzi di Liverpool.

Bruno Barbey, immortala il maggio francese, la rivolta indirizzata contro la società tradizionale, il capitalismo, l’imperialismo, il potere gollista. I maggiori gruppi furono composti dal movimento studentesche e dal movimento operaio, entrambi di grande dimensioni che riuscì a immobilizzare il Paese seguendo due linee anche in contrasto, se da un lato si caratterizzò per una generale frenesia con assemblee generali, discussioni e dibattiti, la confusione fu altresì acuta. Un’onda di protesta che varcarono le Alpi.

Josef Koudelka, immortala invece l’invasione di Praga, ma è Koudelka l’emblema e la cifra in più, non per svilire il dolori che il popolo ceco ha provato! Formazione da ingegnere e appassionato di fotografia ma non pensando di farlo diventare un vero e proprio lavoro. Per le fotografie di Praga durante l’invasione sovietica, ha usato la pellicola cinematografica perché costava meno, correva l’anni 1968! Per non far dimenticare al mondo la mostruosità di una simile invasione decide di spedire le foto alla sede londinese dell’agenzia con le iniziali P.P (Prague Photographer) per paura di rappresaglie. Ma con potenti mezzi la Magnum riesce a contattarlo e dal 1974 entra come effettivo all’interno dell’agenzia, quest’anno ha partecipato alla Biennale Veneziana con un un progetto per la Santa Sede – Genesi!

1970 – 79

Altro decennio altre caratteristiche con altrettante fotografie.

Il decennio comincia con il fotografo Raghu Rai, che si interessa alla fgura di Madre Teresa di Calcutta, non ancora tanto sotto i riflettori. La incontra nel periodo di Pasqua del 1970, e dopo intensi giorni di lavoro Madre Teresa dispensa il fotografo dal seguirla il giorno di Pasqua che vorrebbe dedicare solo alla preghiera, invitando comunque Raghu Rai ad unirsi a lei. Il fotografo non rispetta la sua richiesta e la immortala in una serie di scatti di cui questo risulta emozionante ed evocativa, la luce la colpisce e le evidenzia i vestiti e colpendo il Crocifisso alle sue spalle, la luce in questa foto dice già tutto!

Hiroij Kubota nel 1978 compie un vero e proprio pellegrinaggio alla scoperta di un luogo sacro e che induce a chiedersi cosa sono io davanti a tutto questo? La terra sacra di Sagaing e precisamente Kyaiktiya alla ricerca della Roccia d’Oro. Anche il recarvisi rappresenta un pellegrinaggio, tre ore di treno e altre due ore di cammino per arrivarci. Una, due, tre le volte e trovare le prime due volte celata la sua superficie dorata con stuoie di bambù per restaurare quella pelle apposta, la seconda dopo tre mesi e vederla ancora parzialmente nascosta! La terza forse quella buona, finalmente libera e scintillante, mancava solo la pagoda che contiene i capelli di Buddha, ma al questo punto doveva fare quella fotografia, tagliando via la pagoda, ma immortalando per sempre i monaci che nel frattempo vi erano arrivati per pregare!

1980-89

Nella mia personale visione di quell’anno, io sono dell’84, ho scelto di parlarvi di una discussa donna, quella che sarà ricordata come la Lady di Ferro Margaret Thatcher, viene immortalata da Peter Marlow, in uno scatto che passerà alla storia. Il fotografo la ritrae mentre si trova all’Assemblea del Partito Conservatore e appena sottoposta ad un restyling. Un’immagine che talmente la rappresenta da essere utilizzata anche l’anno appena passato dai giornali di tutto il mondo in occasione della sua morte.

Tra tutti questi grandi nomi non poteva mancare Steve McCurry, conosciutissimo in particolare per la sua famosa ragazza Afgana, dai magnetici occhi verdi. Non proposta in mostra, per non fossilizzare il nostro immaginario su una singola, seppur riuscitissima immagine. Vediamo quindi Tempesta di sabbia, scattata in Rajastan nel 1983, come capita spesso anche questo scatto è frutto di una fortuita coincidenza, immaginate McCurry in un taxi sgangherato che percorre una strada polverosa per documentare la stagione dei monsoni, piogge che da quelle parti mancano da ben tredici anni, il tempo cambia e si alza il vento che alza ancora di più la polvere e nel mezzo del niente un gruppo di donne dai vestiti sgargianti e sferzati dal vento che li alza in un turbinio di colori, nel frattempo che la tempesta si fa più violenta le donne si accostano l’una all’altra per trovare riparo e intonare una canzone per invocare la pioggia, l’unica cosa che la fotografia non può restituirci!

Successivamente Martin Parr, fotografo inglese che entra in Magnum con qualche difficoltà, infatti a differenza dei “puristi” dell’agenzia, ha un approccio diverso, adottando spesso il colore e il teleobiettivo, tanto che Henri Cartier – Bresson aveva qualche riserva che evidentemente Parr riuscì a far accettare tanto da essere considerato una sorta di erede del fotografo francese. La foto si intitola Last Resort ed è stata scattata nei pressi di Liverpool in una località balneare famosa per il squallore. Ma comunque preso d’assalto, così per aggiudicarsi un posto al sole, anche il più brutto, come sotto la ruspa anche per far giocare la figlia!

1990 -1999

In questo decennio, sono stata catturata dalla poetica di foto che in una lettura o nell’altra hanno un sapore agrodolce.

Martine Franck, moglie di Henri Cartier – Bresson che nel 1996 giunge in Nepal per visitare il monastero di Shchen per completare un progetto che la porterà anche in India. In questo monastero entra in ruolo diverso l’ex fotografa Magnum Marylin Silverston, ormai diventata una monaca tibetana e grazie a questo riesce a documentare la vita e l’educazione all’interno del Monastero stesso. Entra nella camera di un allievo che sta per l’appunto studiando con il maestro, ma da un tratto da una finestra aperta vola un piccione che arriva sulla testa del maestro. Incarna tutta l’armonia della religione buddista e non si può non sorridere guardandola!

Chen – Chi Chang con la tremenda Catena, una delle immagini più sconcertanti dell’intera esposizione. Il lavoro del fotografo naturalizzato americano è un lavoro sulle relazione e sull’alienazione, argomenti assolutamente presenti nella fotografia. Scattata in un carcere e istituto psichiatrico, la struttura è pensata per accoppiare in una convivenza forzata due pazienti e la lunghezza della catena dipende dal grado di sanità mentale e vengono accoppiati uno sano e uno meno. Se la corda è corta, c’è maggiormente bisogno dell’influenza della persona più sana, in caso contrario se la corda si presenta più lunga vuol dire che i pazienti non hanno bisogno di un contatto troppo prolungato. Ma è strano pensare ad uno strumento terapeutico che di fatto limita la libertà e la minima intimità che in un posto del genere possono avere.

Restiamo ancora in Oriente con il fotografo Bruce Gilden che si reca in Giappone per indagare sulla Yakuza, l’organizzazione militare giapponese, che è stata avvicinata alla mafia italiana per dei caratteri comuni. Tale organizzazione è suddivisa in bande ed ha autrice di omicidi che raggiungono le 500 vittime ca l’anno, controllando peraltro tutta una serie di traffici, dalla droga, alla prostituzione e il gioco d’azzardo. A differenza di altri malavitosi non hanno paura di farsi riconoscere, usando un abbigliamento ed un gergo particolare, nonché tatuaggi i quali non si potrebbero nemmeno mostrare in luoghi pubblici. Il nome letteralmente uno, due e tre, ha origine da un gioco di carte ed esiste dal periodo Edo, trovando i suoi fondatori nella società feudale giapponese. Molte le infiltrazioni nei lavori di Fukushima ma è notizia recente che hanno deciso di dare alla luce una pubblicazione periodica, dedicati ai 28 mila affiliati che si occuperà di vari argomenti, poesia, sport etc.

2000 -2010

E come niente siamo arrivati all’ultimo decennio, anche se già questi 60 anni hanno visto una serie di cambiamenti, sia dal punto di vista tecnologico che di approccio al mondo fotografico. Guerre, disastri naturali, tradizioni, moda, società, attacchi terroristici. Ma sempre più spesso non sono i giornalisti a scattare e documentare il vorticoso andare di questo mondo, attraverso prima le macchine fotografiche compatte, piuttosto che i cellulari, siamo in grado tutti di catturare il momento giusto, un cambiamento o evento speciale. Un esempio i telegiornali che pullulano di immagini tratte da Youreporter. La collaborazione con giornali e riviste si è ridotta e sempre più spesso i fotografi entrano in gallerie d’arte, musei o diventano autori di libri che testimonia il lavoro lungo e complesso svolto in anni.

Suggestivo in questo decennio Jonas Bendiksen che realizza un reportage sui Satelliti che cadono, a fine del loro servizio, nella regione degli Altaj. Una foto surreale che ritrae un momento reale, l’oggetto metallico viene smembrato e utilizzato per le case dei contadini, avvolti nel verde del prato, il colore cobalto del cielo e queste farfalle avvolgono i due protagonisti umani, e le farfalle si trasformano in una leggera neve.

Paolo Pellegrin, orgoglio italiano di Magnum, di cui viene presentato in questa occasione un toccante funerale. Il senso di disperazione è percepibile dal dolori dei volti e dalle direzioni delle teste. Ma senza toccare il defunto che viene rispettato nella sua dignità. Il nero di questa fotografia fa male agli occhi più che tutte le altre fotografie che deve mimetizzarsi e non rendere vano il profondo dolore.

La “mia” mostra si chiude con Jim Goldberg che nel suo lavoro rende la luce e l’esistenza della fotografia effimera e temporanea. Per realizzare il progetto Proof, ci sono voluti nove anni, in cui immortalava tutte le persone e non solo, che incontrava! Ma visto che ha scelto la polaroid e non dura in eterno la sua immagine, ha lasciato traccia dietro, in cui quelle stesse persone lasciano un’altra traccia di se, scritta questa volta che rende almeno la parola eterna! Quello che ne è scaturito è un diario personale, un taccuino diario della sua memoria ma anche delle persone che ha conosciuto.

Il futuro della Magnum quale sarà? Ma più in generale dovremmo interrogarci sul ruolo che avrà nel corso della storia, sarà in grado di cambiare la nostra visione o a poco a poco la sua attività documentaristica si affievolirà, saranno considerati totalmente prodotto artistico. La fotografia come arte, fotografia come filosofia e filosofia della fotografia, come la giornalista Anna Li Vigni, nel suo articolo pubblicato sulla Domenica Il Sole 24 ore, diceva portando all’attenzione un volume che si interroga sulla filosofia della fotografia attraverso gli autori che si sono interessati a questa tecnica epocale. Filosofia della fotografia a cura di Maurizio Guerri e Francesco Parisi.

Le mie foto
Le mie foto
Le mie foto
Le mie foto
Le mie foto
Le mie foto

IMG_2885

14 anni? Burreda di sicuro
14 anni? Burreda di sicuro
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...