Una mente piena di pregiudizi

La mia mente è piena di pregiudizi culturali! Bisogna ammetterlo ed è bene che certa arte lo dica chiaramente!

In occasione della mostra Idola Mentis, in corso presso Cantiere Barche 14, che per l’occasione ha accolto moltissima gente e finalmente tanti giovani che si sono uniti alla ricerca, nelle opere d’arte, del loro limite! Che cavolo non solo io ne avrò!

iappena dentro ci accoglie una particolare istallazione con uno dei cibi dei quali sono più ghiotta e che maggiormente ingrassano del resto, le patatine fritte, appese tramite mollettine sui fili, l’istinto mi diceva MANGIA con l’acquolina in bocca alla Homer Simpson, ma i segni a penna o a matita mi hanno fatto desistere! Quante persone le hanno maneggiate? Ed ecco il primo pregiudizio servito non su un piatto d’argento ma su fili!

Attirata dalla moltissima gente che si trovava al piano superiore della galleria ecco si spiega il perchè, è in corso la performance musicale di Leonardo De Marchi, chitarrista dei Son Ensemble, forse non la concentrazione ideale per una musica che richiede silenzio! A questo punto non rimane che scoprire il resto degli artisti, tornando sui miei passi e scendendere dall’altra scaletta, ed ecco che si incontra Roberta Feoli con l’opera La habitaciòn de Berta, portandoci in Messico. Pareti ricreate con la colorazione bicolore che ricorda le pareti di casa mia, in una parete senza respiro in cui ricordi di famiglia si mescolano a disegni di un’inquietante personaggio, l’imperatore azteco adesso citato per la maledizione che colpisce l’intestino e sempre per pregiudizi culturali, fermo lì. Ma posso dire che l’argomento mi ha stimolato, nessun tipo di commenti, sull’origine ed ecco che il fantastico mondo del web viene nuovamente in mio aiuto. Il primo a sperimentare questo disturbo è stato da quando Hernàn Cortèz nel 1519, una volta sbarcato si trova davanti la popolazione Azteca, i quali aveva un apparato governativo strutturato. Gli spagnoli si unirono alle altre tribù locali stanche dello strapotere del popolo Azteco, lo stesso Cortés fu creduto da Montezuma il dio Quetzalcoalt. Così gli spagnoli furono accolti con oro e grandi onori e così Montezuma dichiara la sua fedeltà al re spagnolo. Ma il patto stabilito da Cortés con il popolo azteco venne meno quando dopo l’assenza del comandante giusto, l’altro comandante pedro de Alvarado, compie il massacro del grande tempio. Molti nobili aztechi furono fatti uccisi e l’imperatore prima fatto prigioniero e poi ucciso con una bevanda a base di oro fuso.  A questo avvenimento seguì la conquista vera e propria e l’accaparramento di tutto l’oro ma non andò tutto liscio (è proprio il caso di dirlo), seguirono molti eventi funesti in cui i problemi intestinali si trasformavano in febbri violente e causavano a volte il decesso. Un tipo di infezione che è sopravvissuta a secoli mantenendo il nome di quell’episodio..

Tornando alla mostra, la produzione di Roberta Feoli si caratterizza per l’uso della grafica che utilizza per realizzare disegni in cui le anime degli aztechi trucidati trovano spazio come se fossero della famiglia, inframezzati troviamo collane, immagini votive e vere foto di famiglia che se da un lato possono essere ricordi piacevoli, con questa nuova sistemazione cambia tutto il significato.

La fotografa Giulia Bersani ci pone davanti immagini che non possiedono nessun titolo e così aprono la nostra mente alle più svariate considerazioni. La quotidianità è catturata dalla fotografia con la poetica della fotografa, la mia preferita è l‘Untitled # x…so solo che il soggetto maschile è all’interno di un vagone solitario. Il tipo dei sedili mi fa ritornare alla mente la piccola linea ferroviara che correva nei piccoli paesi della Piana di Gioia Tauro, la calabro-lucana che specie nei suoi ultimi anni di attività era un aggeggio su rotaie semi distrutto da molteplici fattori, non ultimo la mancanza di rispetto di coloro che l’hanno utilizzata per anni.

Altro artista altro mio sconcerto! Francesco Pio Chierici che si pone allo sguardo con una provocazione non da poco, a casa mia si diceva Scherza con i fanti ma lascia stare i Santi! Propone al pubblico die opere San Pio da Vicenza, quindi con un’operazione di fotoritocco cambia volto ad uno dei santi più amati di sempre, Padre Pio, utilizzando l’immagine più nota. Di fianco invece troviamo i Crani gioiosi, simpatici e sorridenti crani per l’appunto, che sono stati variamente colorati. A me hanno ricordato delle gomme da cancellare che tempo fa vendevamo al bookshop del museo e che avevano assoluto successo sui bambini! Io mi divertivo a simulare LA SCENA di Amleto! Ma i crani gioiosi o meno hanno oltrepassato quella fase di disgusto e di paura che una volta c’era. La moda ma ancora prima i cartoni animati come la famosa Skeleton Dance hanno reso le ossa anche divertenti, o forse perchè da piccola frequentavo una casa in cui in bella mostra un teschio vero mi guardava intontito da uno scaffale???

Comunque sia mi avvicino alla saletta, nascosta e protetta in cui trviamo l’istallazione di Christian Palazzo intitolata La percezione contagia il pensiero – Sinottica, opera composta da laser, vetro, specchio e legno, ma prima di addentrarmi la cosa che mi colpisce è un’altra cartellino con le raccomandazione seguente ATTENZIONE!!! I puntatori laser utilizzano una sorgente luminosa a laser verde che possono essere potenzialmente pericolosi per gli occhi – Non guardare mai direttamente la sorgente luminosa. – Non guardare direttamente il fascio di luce da distanza ravvicinata o prolungata, da me si dirette chi si guardai si sarvau… pertanto entro ma troppo piena di pre giudizi creati dalla scritta preferisco uscire e viaggiare per altri lidi, già ho i miei problemi.

Dopo momento chiacchiere e aspettando un po’ di calma, posso osservare finalmente gli ultimi lavori. Nella sala principale le suggestive tele di  Maurizio L’Altrella, l’olio risplende in tutta la sua bellezza, e le presenze sulla tela si fanno liquide e come tracce di qualcosa che c’era ma adesso non più, come se fosse una traccia di energia. In I’m here la coscienza si identifica in quella di un gatto, ripreso nel momento in cui sembra distratto ma invece apre le orecchie per carpire i suoni, le altre presenze ci avvicinano all’idea di sacrificio, del resto l’animale, l’agnello sacrificale siamo noi stessi. Tac! Altro concetto creato dalla tradizione e da quello che ci hanno trasmesso. Mi allontano con la sensazione di essermi già imbattuta in lui…

Alla fine mi accosto alle fotografie di Massimiliano Boschini, fotografo di posti abbandonati, e vediamo come la natura si riappropria di spazi tolti dall’uomo che evidentemente non aveva creato niente di eterno, se nel giro di qualche anno l’asfalto lascia il posto all’erba e alle ortiche, ma dove saranno questi posti isolati, vicino a noi, possibile che non ci accorgiamo di tanta bruttezza, al sud? Altro pregiudizio, magari a pochi passi da casa nostra, ma del resto è il mondo casa nostra e dovremmo renderlo bello e armonioso.

Testati i miei pregiudizi e le mie chiusure, quasi mi vergogno di me, ma siamo fatti, oltre che di carne e sangue anche di quello che abbiamo vissuto e conosciuto, attraverso l’esperienza diretta ma anche attraverso quella indiretta e quindi me li impacchetto e li porto via!

La mostra è aperta fino al 9 febbraio, testate anche voi i vostri limite e le vostre libertà.

IMG_2841 IMG_2842 Roberta Feoli

Roberta Feoli
Roberta Feoli
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Roberta Feoli
Roberta Feoli
Roberta Feoli
Giulia Bersani
Giulia Bersani
Giulia Bersani
Giulia Bersani
San Pio da Vicenza
San Pio da Vicenza
Crani giocosi
Crani giocosi
Maurizio L'Altrella
Maurizio L’Altrella
Maurizio L'Altrella
Maurizio L’Altrella
Massimiliano Boschini
Massimiliano Boschini
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