Zanzotto poeta di parole e di immagini

Della serie meglio tardi che mai, ultimo giorno di Festambiente e io arrivata in corsa! La settimana è stata full, tra giri in laguna, influenza e feste di addio! Ma ho cercato di non perdere l’appuntamento molto importante per me! Il dibattito in programma alle ore 19 nello Spazio Dibattiti del grande parco che ospita un Festival ricco e molto seguito.

L’incontro al quale ho partecipato si intitolava Andrea Zanzotto e il paesaggio. Adone Brandalise Unipd, Enio Sartori Unipd e le letture di Giovanni Todescato, ha moderato l’incontro François Bruzzo.

Si arriva nel momento in cui siamo quasi alla fine di quello precedente, un dibattito accanito, di sicuro legame con quello successivo, per la presentazione del libro di Francesco Vallerani.

L’introduzione spetta a François Bruzzo il quale ci parla del poeta, soprattutto nella sua veste del suo impegno civile nell’ambito della difesa del territorio diventando un collante per i comitati veneti. La parola passa poi ad Adone Brandalise, filosofo e letterato italiano, che infatti si collega al dibattito precedente presentandoci in più un Zanzotto non come un poeta che celebra classicamente il paesaggio intellettuale, un paesaggio che è una trama di parole e immagini. Il filosofo vede nella cementificazione la proiezione materiale di organizzazione della mente e ci pone alcune domande, tra cui: di che cosa vive questo Paese? Necessaria è un’ecologia della mente.
Enio Sartori, autore del libro Tra bosco e non bosco. Ragioni poetiche e gesti stilistici de “Il Galateo in Bosco” di Andrea Zanzotto. Ci parla della vis polemica del poeta trevigiano, un poeta non capito e consapevole del disfacimento del paesaggio del Nord Est e del sistema mondo (come già Meneghello aveva visto nel 1963). Altro elemento di disfacimento che Zanzotto aveva percepito è quello legato al capitalismo finanziario. Si parla anche del concetto di nessunluogo, che è accompagnata anche dalla lettura di Giovanni Todescato, luogo che richiama il logos, la ragione precostituita e non c’è un luogo in cui ci si possa proteggere dal processo di disabilitazione  facendoci sentire migranti in casa nostra.

Per esprimere questi significati, anche se legato sempre ai suo luogo di Pieve di Soligo, Zanzotto non trascura la poesia giapponese e africana, movimento che nasce dal luogo natio, che è un luogo conosciuto ma anche no, e non basta l’educazione ambientale per tutelare il nostro luogo. Infatti tra gli ultimi interventi del poeta c’è il tema della decrescita felice.

Dopo una lettura di testi, tra cui una poesia che diventa la parodia di una parodia di Palazzeschi, la parola ritorna ad Adone Brandalise, il quale affronta il tema dell’eredità culturale che Zanzotto ha lasciato, in un Veneto che lo ritiene una gloria nazionale così come la sua poesia un patrimonio tutto Veneto, ma la sua è una poesia complicata, lui non trasmette un contenuto ma si produce un evento, un poeta capace di comunicare con registri apparentemente dimessi, discorsi complessi da censurare e il suo grado di complessità è imposto dalla realtà!

Pieve di Soligo è un luogo della mente e lui è un abitante intellettuale della mente non potendosi staccare da quel luogo non riuscendo a scrivere lontano da Pieve. Affermava di non poter stare nella grande città di Treviso e a Pieve, apparentemente un piccolo borgo, si giocava per Zanzotto la dinamica mondiale di processi che riguardano un mondo intero. Amore per il paesaggio è una richiesta di essere all’altezza delle proprie potenzialità, in particolare negli ultimi anni insisteva per sulla loro dimensione etica, la poesia di Zanzotto è un luogo dove produrre per un orizzonte di pensiero.

François Bruzzo, solleva altresì il problema della lingua, con l’uso del dialetto che Zanzotto faceva, e che costituisce l’uso della lingua materna e che resiste alla traduzione e rappresenta la sedimentazione. Sartori amplia il discorso su la sbagliata omogeneizzazione della lingua, attraverso la globalizzazione infatti arriviamo a conoscere e rendere valida solo una, e pensa alla possibilità di parlare ognuno la propria. Brandalise, cita a questo proposito il regista Manuel De Oliveira, regista portoghese che in un suo film, ambientato su una nave, fa parlare tutto il micromondo con la propria lingua d’origine, ma al momento di lasciare la nave prima che affondi il capitano grida Jump!

Analizzando come ci sia una delirante ossessione metalinguistica, intanto in Veneto da una miriade di dialetti di è passati a una lingua, quella italiana accettata e un dialetto perso, e in questa regione si portano avanti una serie di tradizioni apocrife.

Tanti spunti di riflessioni nella serata di Festambiente!

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